S. Messa in Coena Domini, l’omelia di don Sergio

Siamo molto rammaricati perché quest’anno non riusciamo a radunarci nelle nostre chiese per la celebrazione del Triduo pasquale.

Io vi invito a leggere in positivo questo fatto partendo da ciò che abbiamo sentito all’inizio della Passione secondo Matteo. Quella sera a Gerusalemme,  Gesù dove ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli? Noi diciamo nel Cenacolo. E che cosa era? la casa di una persona che probabilmente conosceva Gesù: “Andate in città, da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. Chi era quel tale? Non lo sappiamo.

Perciò, quest’anno, ciascuno di noi senta la richiesta di Gesù come rivolta a se stesso: “Voglio fare la Pasqua da te, nella tua casa, con la tua famiglia, e se sei da solo, non preoccuparti, la voglio fare nell’intimità della tua casa, del tuo cuore”.

La Pasqua ebraica, che doveva vivere Gesù con i suoi discepoli, rievocava il passaggio del Mar Rosso, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto per un atto d’amore di Dio, che prefigura una liberazione più ampia, una salvezza totale dell’umanità intera, un patto di alleanza che nella Pasqua di Gesù doveva essere definitivo.

Lo abbiamo sentito nelle parole stesse di Gesù nel Vangelo di Matteo e riprese da S. Paolo nella 1^ Corinti, illustrando come le prime comunità cristiane avevano accolto l’invito di Gesù: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo; prendete e bevete questo è il calice della nuova alleanza nel mio sangue. Fate questo in memoria di me”.

L’Eucaristia è l’attualizzazione nel tempo di questo dono per ciascuno di noi. Per questo motivo molti cristiani soffrono in questo tempo, poiché non possono ricevere Gesù sacramentalmente. La comunione è il dono che Gesù fa di se stesso per noi, per potere vivere di Lui e con Lui, del suo amore, del suo essere Figlio di Dio.

Ma l’Eucaristia è celebrata, questa sera la celebriamo, in questi tempi, nelle nostre chiese, la presenza reale di Gesù nei tabernacoli è segno di una fedeltà dell’amore di Dio, che nel suo Figlio Gesù non può essere cancellata da nessun evento e da nessuna persona.

E tutto ciò è possibile attraverso le mani, la voce, il ministero sacerdotale, di cui ricordiamo l’istituzione in questo giorno. Per noi sacerdoti è un giorno importante, infatti, ogni anno, il mattino del Giovedì santo, durante la messa crismale nel Duomo di Milano, davanti all’Arcivescovo, rinnoviamo le promesse fatte nel giorno dell’orinazione. Quest’anno non è stato possibile, ma il nostro arcivescovo, attraverso il portale della Diocesi, si è reso vicino a noi, con un video, dove ci ha letto la sua lettera. Che ha scritto per noi. Un gesto profondo di paternità e fraternità sacerdotale.

Preghiamo per i sacerdoti, anche per quelli defunti a causa del Coronavirus, ma anche per tutti quelli che hanno già raggiunto la Casa del Padre e che ci hanno fatto tanto del bene, in modo particolare don Giorgio Marelli, da pochi mesi scomparso.

Preghiamo inoltre per i nostri seminaristi e perché non manchino le vocazioni al sacerdozio.

In questo Giovedì santo non possiamo riproporre il rito della lavanda dei piedi, però sono convinto che in quest’ultimo mese, l’abbiamo visto realizzarsi nel servizio coraggioso ed eroico di tutti coloro che si sono dati da fare per gli ammalati del coronavirus, ma anche nel lavoro di chi non ci ha lasciato mancare il necessario per vivere. Inoltre, penso, che ciascuno possa vedere il gesto della lavanda dei piedi nei quotidiani segni di attenzione reciproca.

Chiediamo a Gesù di sentire profondamente il desiderio di Lui, della sua reale presenza, così da accogliere con la fede di Maria e magari con la fragile e paurosa fede degli apostoli (uno ha tradito; Pietro, Giacomo e Giovanni non hanno avuto la forza di stare svegli con Gesù nel Getsemani; tutti sono fuggiti dopo il suo arresto; Pietro lo ha rinnegato tre volte), ai quali però Gesù ha chiesto di rivivere e trasmettere lungo la storia il suo dono d’amore, la sua vita.

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