È rimasto qualcosa da dare a Dio?

Entriamo, con questa domenica, nel vivo dell’estate e con questo numero interrompiamo momentaneamente la pubblicazione di “Oltre l’apparenza”, riprenderemo con domenica 1 settembre. Ne approfitto per ringraziare tutti coloro che si occupano della redazione, dell’impaginazione, della correzione e della stampa di questo informatore, che da un anno unisce le parrocchie della nostra Comunità Pastorale. Sono certo che esso è uno strumento utile di informazione e di conoscenza di ciò che avviene nelle nostre parrocchie, diventando uno stimolo per valorizzare l’impegno di fraternità e di collaborazione reciproca.

La pausa estiva di pubblicazione dell’Informatore non interrompe la vita delle nostre Parrocchie, che, invece, continua attraverso la gioia e la fatica della quotidianità, ma anche le feste della tradizione. 
Penso alla Madonna della Neve a Colmegna, a san Felicissimo in chiesa prepositurale, alla Vergine Assunta patronale di Voldomino, alla Madonna della cintura, in attesa di ricominciare a settembre per un nuovo anno pastorale.

Non posso tacere il pellegrinaggio dei giovani e quello degli adulti in Terra Santa, che ha una forte valenza pastorale, perché è innanzitutto un viaggio alla scoperta delle radici del cristianesimo, visitando i luoghi in cui è nato, vissuto, morto e risorto Gesù. Le parrocchie della nostra Comunità pastorale sono tutte rappresentate e questo sarà, senza dubbio, un segno di comunione nella fede e di speranza nel futuro, chiedendo l’intercessione di Maria, specialmente quando andremo a pregare sul monte Carmelo.

Il mese di agosto farà, dunque, da cerniera tra l’anno pastorale che finisce e quello nuovo che inizierà a settembre. Io spero che tutto serva a riscoprirci Chiesa amata dal Signore e aperta alla missione in questo mondo, che cambia rapidamente e che rischia di dimenticare il primato di Dio sul mondo e sulla storia. È il rischio che l’uomo corre da sempre. 
Lo vediamo questa domenica nella prima lettura, dove ci è descritto il momento in cui, il popolo ebreo, dopo essere entrato nella Terra promessa, ha chiesto di avere un re che lo guidasse, dimenticando che Dio lo aveva condotto fuori dalla schiavitù d’Egitto e lo aveva accompagnato per 40 anni nel deserto, donando i Comandamenti, come leggi di vita e di libertà. Il popolo ebreo aveva ricevuto tutto da Dio, ma se ne era dimenticato, addirittura molti avevano cominciato ad offrire il culto agli dei pagani. Invece, nella pagina di Vangelo di questa domenica, Gesù viene interpellato sul dovere di pagare il tributo a Cesare e la risposta di Gesù è chiara “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. È l’invito di Gesù a riconoscere la vita, il mondo, le cose, le persone come un dono grande di Dio, che ci ha consegnato e che abbiamo il dovere di custodire e valorizzare, attraverso il nostro impegno e la nostra responsabilità, con l’aiuto della grazia offertaci da Gesù stesso.

“Rendere a Dio quello che è di Dio” è riconoscere il suo primato su tutte le cose, senza farcene padroni, anche della nostra vita. Questo ci farebbe più umili e meno ansiosi, sapendo che tutto appartiene e viene da Dio e che Lui è sempre pronto a venire incontro alla nostra fragilità e debolezza. Possiamo rendere a Dio se pensiamo di avere ricevuto, altrimenti cadiamo nella tentazione di pensare di essere noi i fautori di tutto, facendo crescere il peccato di orgoglio, che è stato all’origine di tutti i mali.

don Sergio

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