Gesù non fa proselitismo

La festa del Madonna del Carmine ha visto la presenza di molte persone, sia nei giorni di preparazione sia nella festa liturgica del 16 luglio che in quella di domenica 21, con la S. Messa del mattino e la solenne processione. Mi è dispiaciuto non essere presente personalmente alle celebrazioni di domenica, ma un forte improvviso malessere fisico me lo ha impedito. Ho comunque ricevuto l’eco di quanto è stato vissuto e ne sono rimasto molto contento, constatando che quando si lavora insieme le cose riescono bene, confermandomi sulla bontà della Comunità Pastorale, la quale, pur essendo solo al primo anno di formazione e con qualche difficoltà, sta dimostrando di volere camminare per costruire una Chiesa fraterna e missionaria.

È necessario crederci, lasciandoci guidare dalla Parola del Signore che è vera ed efficace. Noi abbiamo una Parola che ci accompagna domenica dopo domenica formandoci una mentalità che nasce dal pensiero di Dio e che è stata sperimentata nel corso della storia della salvezza, donandoci spunti di vita illuminanti.

In queste domeniche dopo Pentecoste, la liturgia ambrosiana ci fa percorrere tratti di storia della salvezza attraverso figure significative. Questa settima domenica, il personaggio messo in primo piano è Giosuè, che ha il compito di guidare il popolo nell’ingresso nella Terra promessa e di aiutarlo a rimanere fedele al Signore. Le raccomandazioni date da Mosè a Giosuè e al popolo stesso erano state molteplici. Nella pagina proposta come prima lettura, Giosuè chiede al popolo ebreo, raccogliendolo in assemblea a Sichem, di compiere una scelta: servire gli idoli oppure il Signore che li aveva condotti fuori dall’Egitto e accompagnati fedelmente nel deserto. La risposta è chiara e decisa: “Noi serviremo il Signore”. È una decisione impegnativa, perché con il Signore non si può barare, ma facendo così si ha tutto da guadagnare, essendo Egli dalla parte dell’uomo e fedele alle sue promesse. Noi sappiamo, però, che la fedeltà del popolo, spesso è venuta meno, perché la nostalgia degli idoli e della vita facile è grande. È accaduto anche con i discepoli di Gesù, entusiasmati dai suoi miracoli e dalla sua parola carica di autorità. 
Nel Vangelo di questa domenica Egli ci è presentato mentre conclude, nella sinagoga di Cafarnao, un lungo discorso, nel quale aveva spiegato il significato della moltiplicazione dei pani e la salvezza eterna, data agli uomini che si nutrono della sua carne. Parola dura, dicono molti dei suoi discepoli, che non reggono a questo discorso e se ne vanno. Ascoltare Gesù richiede docilità e umiltà di accoglienza di una parola che molte volte contrasta con le tante parole del mondo e che apre a prospettive nuove e impensabili.

“Volte andarvene anche voi?” dice Gesù ai Dodici. Egli non è preoccupato di fare proseliti.Quanto è vicina questa domanda anche a ciò che oggi chiede Gesù a noi cristiani, facilmente attratti da altre parole, più accattivanti e illusorie di una felicità effimera. La parola di Gesù è impegnativa, chiede di aderire totalmente a Lui, per realizzare una vita alternativa alle logiche del mondo e questo spiega il motivo di molte defezioni dentro la Chiesa, di molti che scelgono altre strade e si allontanano dalla via del Vangelo.

Dovremmo porci la domanda: “Il Signore vuole il nostro bene o il nostro male?”. L’abbandono della vita cristiana di molti non è forse dettato dal fatto che si pensa che il Vangelo sia troppo esigente e poco adeguato alla cultura dominante, dove lo spontaneismo, le emozioni immediate, gli slogan diventano la regola di vita? Si comprende così come l’asservimento agli idoli sia molto facile, ma nello stesso tempo crei una insoddisfazione continua e incapace di dare solidità all’esistenza, privando il pensiero umano di uno sguardo sereno verso il futuro. 
Mancando le fondamenta solide, la costruzione della vita risulta precaria. Impariamo, dunque, da Pietro a dire: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio”.

don Sergio

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