Apriamo la porta del cuore

In queste domenica di Avvento siamo accompagnati da letture che aprono il cuore alla speranza, virtù di cui abbiamo tanto bisogno, specialmente quando siamo sopraffatti da avvenimenti che sembrano appesantire la nostra vita.
La fede in Gesù che viene a visitarci e a sostenere la nostra esistenza con la sua Parola che consola e dà forza ci permette di cantare e gridare come la gente di Gerusalemme: “Osanna, benedetto Colui che viene nel nome del Signore”.
Lo cantiamo in ogni Eucaristia, certi che la presenza reale di Gesù nel Pane e nel Vino, offerti sull’altare, diventa per noi motivo di salvezza.
Gesù, infatti, è venuto nella carne per compiere la volontà del Padre, così come ci ricorda la lettera agli Ebrei, riportando le sue parole: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”.
E tale volontà l’ha compiuta sino alla fine, anche quando umanamente gli costò tanto, perché gli chiedeva di offrire tutta la sua vita in riscatto per tutti.
L’Avvento trova il suo motivo di speranza, nel fatto che tutti hanno la possibilità di salvarsi, anche quando la malattia, la sofferenza o la solitudine sembrano togliere ogni ragione di guardare al futuro.
Persino la morte non blocca il desiderio di futuro, anzi, lo riempie di significato e di valore, proprio questo ci insegna Gesù quando si è trovato nel Getsemani: “non la mia, ma la tua volontà sia fatta”. Entrare nella volontà di Dio ed accoglierla significa aprirsi alla salvezza, che è Gesù, poiché attraverso Lui, è data ad ogni uomo.
La salvezza è la vita donata, è il ritrovamento della dignità umana calpestata dal peccato e da tutte quelle forme di male che sono minacciose dentro e fuori di noi e che rischiano di suscitare solitudine e sfiducia, fino all’annientamento della bellezza e della ricchezza della persona umana, riducendo al niente ogni cosa creata.
Senza Dio l’uomo è come l’erba, così leggiamo nel profeta Isaia: “Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua grazia è come il fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce… ma la parola del nostro Dio dura per sempre”.
Gesù è venuto nel mondo per ridare vita e riportare l’uomo ad avere fiducia in Dio, che “come un pastore fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is).
In queste parole vedo il superamento di ogni sconforto e solitudine, lasciando spazio, invece, all’abbandono e alla fiducia in ogni istante della vita, anche in quello estremo della morte.
Nella mia vita sacerdotale sono stato spesso edificato dalla fede di chi, nel buio della vita, ha saputo guardare la luce del Signore, aprendosi alla speranza. In modo particolare, ho constatato la serenità manifstata da molti uomini e donne, dopo che essi hanno ricevuto il sacramento dell’unzione degli infermi, quasi come un lasciarsi abbracciare dall’amore di Dio, testimoniando la speranza in una vita che non finisce, ma che si consegna a Colui che l’ha creata e che la sa ricreare di nuovo.
Come ho scritto sopra, Gesù è modello di abbandono alla volontà del Padre e, allo stesso modo, si comporta la Vergine Maria, che celebriamo in questi giorni come l’Immacolata. La sua bellezza interiore ci spinge ad imitarla per avere anche noi la libertà dei sì che ella ha detto a Dio e che le hanno permesso di realizzare in pienezza la sua vita.
La invochiamo sapendo che ella ascolta le nostre preghiere e le porta al suo Figlio Gesù.

don Sergio

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