Un’umanità che attende

“Molti accorrevano da Giovanni il Battista per farsi battezzare” e “un popolo era in attesa”, così leggiamo nel Vangelo di Luca di questa seconda domenica di Avvento, secondo la liturgia ambrosiana.
Accorrere e attendere sono due verbi che dicono il desiderio di qualcosa di nuovo animato dalla speranza. Non è forse questo ciò che muove il cuore dell’uomo di ogni tempo, perché in ricerca di una pienezza di vita, che mai raggiunge, ma che si sperimenta come pressante?
Era così al tempo in cui Gesù si è incarnato ed è così anche oggi, tempo in cui il progresso e le molteplici cose a disposizione sembrano venire incontro per prevenire e soddisfare ogni desiderio umano.
Eppure ogni uomo è in cammino verso il nuovo e verso la realizzazione di sogni che riempiano l’esistenza dandole un senso e una motivazione perché essa possa essere vissuta dignitosamente.
Noi cristiani abbiamo un’opportunità straordinaria per sostenere le esigenze del cuore, perché crediamo in Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, che ci indica le strade da percorrere per fare della vita una realtà bella.
E’ interessante la domanda che la folla pone a Giovanni Battista: “Che cosa dobbiamo fare?”, perché dalla risposta dipende la gioia o l’infelicità del vivere.
Io penso che anche noi, tutti i giorni, ci poniamo la stessa domanda per non sciupare le occasioni che ci vengono date per sfruttare al meglio le nostre potenzialità e per costruire un mondo migliore.
Giovanni Battista invita a compiere il proprio dovere e ad accontentarsi di quello che si ha e di quello che si è. La tristezza della vita, oggi, nasce dal fatto che le esigenze si sono moltiplicate e si è persa la semplicità, così che si rischia di essere spesso scontenti e appagati di nulla.
L’umanità di Cristo si pone davanti a noi come il modo più autentico di vivere la vita e da essa siamo sollecitati a recuperare la verità di tutto ciò che siamo.
C’è un bellissimo versetto del brano tratto dal profeta Baruc, nella liturgia di questa domenica, che è un invito per ciascuno di noi: “Rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre”.
Di quale gloria si tratta? E’ la vita nuova nella quale il battesimo ci ha introdotto, inserendoci nella vita stessa di Gesù attraverso l’unzione con il crisma e la consegna della veste bianca e della luce.
Segni che noi non possiamo ignorare e che ci richiamano la dignità di figli di Dio, incamminati verso la santità, la quale non è nient’altro che una vita riuscita alla luce della Parola di Dio.
Questo mi spinge ad affermare che la vita cristiana è una vita bella, una vita che vale la pena di affrontare, perché risponde a tutte le attese dell’uomo.
C’è, infatti, una falsa concezione del cristianesimo, inteso come religione della legge, dei divieti e delle privazioni. In poche parole, una religione che rende tristi. Chi la pensa così non ha conosciuto realmente il cristianesimo e non ha assaporato la gioia di una Parola e di un incontro che sono capaci di sconvolgere la vita, nella logica della realizzazione di sé e della buona relazione con gli altri.
In questo tempo di Avvento possiamo dunque chiederci che cosa attendiamo per la nostra vita, per le persone che ci sono vicine, ma anche per il mondo che ci circonda, spesso confuso e incerto sul suo futuro.
Gesù si presenta a noi come la speranza del mondo, perché ci parla di un Dio che non si è stancato degli uomini, ma, anzi, li vuole sollevare da ogni situazione di miseria materiale e spirituale, ridando dignità ad un’umanità che si è perduta e rischia di perdersi continuamente a causa del peccato.
La speranza cristiana è la virtù che offre ancora ad ogni uomo la gioia di poter desiderare anche quando tutto sembra inutile o smarrito per sempre.

don Sergio

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