Omelia del diacono Gabriele Ferrari – Domenica 13/11/2016

Oggi, domenica che segue l’11 novembre, festa di
S.Martino, prende l’avvio uno dei tempi forti, l’Avvento, che precede una delle
feste più importanti dell’anno liturgico, il Santo Natale. Nel nostro rito
Ambrosiano esso è formato da sei domeniche e può durare sei settimane piene,
come quest’anno, che terminerà “sabato” 24 dicembre. La durata simile alla Quaresima è una prerogativa tipica di noi
ambrosiani. Ricordo ancora lo stupore di una mia ex-collega tedesca, abituata a
una durata di quattro settimane, quando in ufficio le annunciavo la prima
domenica. Lei era abituata a preparare, con i suoi figli, la corona
dell’Avvento in casa, con quattro candele, e ad accenderne una ogni domenica.
Immancabilmente ogni anno si spaventava pensando di essere in ritardo, ma poi
le spiegavo che solo noi ambrosiani, nella Chiesa Cristiana occidentale,
abbiamo mantenuto la lunghezza originale di sei settimane e allora si calmava,
perché si rendeva conto che aveva ancora un paio di settimane di tempo per
confezionare la corona. Dovete sapere che l’Avvento nasce e si sviluppa sul
modello della Quaresima attorno al sesto secolo, ma già attorno al settimo –
ottavo secolo la Chiesa romana accorciò l’Avvento a quattro settimane, e
quest’uso si diffuse poi in tutta la Chiesa latina occidentale, tranne che a
Milano. In realtà, quindi, non si tratta di una particolarità ambrosiana ma noi
continuiamo a fare quello che anticamente si faceva in tutte le Chiese, e che
le Chiese orientali continuano a fare. Ognuna
delle sei domeniche
è caratterizzata da un tema particolare, che si
rispecchia nella scelta delle letture che vengono proclamate. Domenica prossima
si chiama “dei figli del regno”, poi, la successiva, “delle profezie
adempiute”, e così via, fino al 18 dicembre, che è chiamata “dell’Incarnazione”.
Questa domenica, come vi sarete
accorti dal tono delle letture, è dedicata alla “venuta del Signore”. Di quale
venuta si parla? Di quella avvenuta più di 2.000 anni fa in una stalla di
Betlemme? Che già questa è stata un evento imprevedibile e sconvolgente. Ci avete
mai pensato? In un’epoca dove il senso religioso comune dell’umanità si
affidava a “dei” capricciosi, che se ne stavano in disparte su questo o quel
monte, e giocavano con i destini dell’uomo come noi, oggigiorno, ce la
spassiamo seguendo i vari reality in televisione, ecco che, forse il più
piccolo dei popoli esistenti sulla faccia della terra, asserisce di avere
stretto un’alleanza con il più importante, se non l’unico, di questi “dei”. E’
talmente convinto di questo fatto che riesce a sfuggire alla schiavitù in
Egitto e a conquistare la sua terra promessa, a dispetto di quelli che ci
abitavano. E nessuno riusciva a fermarli! Dopo qualche migliaio di anni, però,
forse a causa della difficoltà di quel popolo a rimanere fedele alla Vecchia
Alleanza, questo Dio decide di incarnarsi in un bambino, un cucciolo d’uomo, e
a cominciare a parlarci di se stesso, a mostrarci il suo volto di puro amore e
a chiederci di chiamarlo “papà”. Questa è una cosa sconvolgente che ci dovrebbe
stupire ogni anno, quando celebriamo la festa del Santo Natale. Quella mattina,
quando scarteremo i regali, ricordiamoci che il regalo più grande ci è stato
fatto duemila anni fa. E non è finita là, perché la “venuta del Signore”, della
quale parliamo questa domenica, è la seconda venuta, quando chi s’incarnò,
ritornerà per introdurci in quella vita eterna al cospetto dell’Amore della
Trinità. Una vita che sarà perennemente felice perché non avrà le limitazioni
di quella presente, non ci saranno malattie, tradimenti, incomprensioni,
preoccupazioni, giorni storti, e così via. Ci
racconta Matteo
che i discepoli erano curiosi, ansiosi. Stimolati dalla
profezia sulla distruzione del tempio, che sarebbe accaduta 40 anni dopo la
crocifissione di Gesù, vogliono sapere quali saranno i segni che prepareranno
questo evento disastroso, ma non solo, chiedono anche il segno che annuncerà questa
venuta e la fine del mondo. La risposta di Gesù è disarmante, non dice quando tornerà
e il mondo finirà, al contrario, ci fa sapere che non ci saranno segni
particolari e riconoscibili. Assisteremo a guerre, persecuzioni, carestie e
terremoti, ma non ci dovremo preoccupare perché tutto questo farà parte della
storia e della quotidianità. Immagino, però, che a ognuno di noi sia capitato,
almeno una volta nella vita, di aver pensato, dopo l’ennesima notizia
catastrofica, che la fine del mondo fosse dietro l’angolo. Non è facile
accettare questo stillicidio di guerre, piccole o grandi, locali o globali, di
occupazione o di liberazione; atti brutali di terrorismo; di persecuzione
religiosa che producono martiri, specialmente cristiani, più di quanti ne fecero
gli imperatori romani nei primi 300 anni di cristianesimo; sconvolgimenti del clima,
con perduranti siccità o violenti nubifragi; continui e snervanti terremoti o
sciami sismici. Non è così banale mantenere la calma ed essere perseveranti
nella nostra vita di fede, ma è quello che ci chiede Gesù. Ci mette addirittura
in guardia da “falsi” profeti, da millantatori che cercheranno di ingannarci
per allontanarci da Lui. Ma, ancora, non sarà la fine del mondo. Nessuno sa e
saprà quando ci sarà la fine del mondo e la venuta di nostro Signore Gesù
Cristo, quello che sappiamo è che questo accadrà solo quando il “Vangelo del
Regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a
tutti i popoli”. “Noi” siamo chiamati a dare testimonianza del Regno, e il come
lo abbiamo ascoltato domenica scorsa, nella festa di Cristo Re dell’Universo,
quando abbiamo letto una parte del capitolo successivo a quello di stamane: “Ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere,
ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete
visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Sono semplicemente le
opere di misericordia corporale. Da pochissimo si è concluso il giubileo della
misericordia e questa Parola ci ricorda che la misericordia non si deve
concludere mai. Il giubileo ci ha permesso di riflettere, di meditare sul
contenuto della nostra fede, ma ora dobbiamo perseverare nella misericordia, dobbiamo
essere misericordiosi e non ci dobbiamo allarmare di quello che capita intorno
a noi. Chiediamo al Signore la
grazia di non lasciarci ingannare dai falsi profeti, di non raffreddare il
nostro amore, di essere capaci di perseverare nella misericordia e nella nostra
fede ed essere così salvati. Chiediamo inoltre che questa grazia sia estesa a
tutti i popoli anche a motivo della nostra piccola e, pensiamo noi,
insignificante testimonianza, ma, come diceva Madre Teresa di Calcutta: “Quello
che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano
avrebbe una goccia in meno”.

Gabriele Ferrari

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