È questione di gusto

In questa estate capitano poche giornate di sole. Sono così belle e calde. Un gelato non guasta.
Il mercoledì, con il va e vieni di stranieri, le bionde famiglie nordiche, con tre o quattro figli, gustano l’ottimo gelato italiano. Tutto finisce, rimane lo sguardo soddisfatto in direzione dei genitori o del marito per la moglie.
Buono il gelato. Migliore è la riconoscenza per il dono. Questa immagine l’ho proposta in una riflessione alla messa feriale. Troppo affascinato da quel “gustate e vedete quanto è buono il Signore”.
Fermarsi al gusto è solo puro consumo. Soddisfazione che non conosce un oltre.
Ricordo il sorriso di una fioraia per il complimento ai suoi fiori. Non li ho comprati. Li ho apprezzati. Ho guardato in volto la venditrice. Il complimento mi ha permesso di cogliere la soddisfazione.
Ho visto anche la delusione sul volto di tanti. Non finiscono di raccontare il disappunto per un’attesa finita in modo meschino.
Il volto del Signore non lo vedo. Mi è dato cogliere le sue opere. Spesso non le considero perché sono scontate, come il fascino del nostro habitat nelle scarse giornate di sole. Penso sia ancora opera dello Spirito di Dio la premura di qualcuno nel farsi prossimo. Il perdono germogliato in un cuore divenuto arido e duro per l’offesa ricevuta. La pace interiore capace di allontanare tensioni accumulate. Non penso sia solo affermazione della mia intelligenza o forza. C’è inattesa la grazia di Dio. La sua benevolenza, premura, compagnia proprio per me. Se non riconosco questo, non vedo il volto di Dio che è amore. Non ascolto quel “sono contento di te”, detto non solo a Gesù nel suo battesimo al Giordano, ma c’è anche per me. 
Forse per i motivi e le esperienze più diverse, vedo il volto corrucciato di Dio, il suo volto carico di prove, il suo giudizio sempre pronto a trovare peccati, omissioni, mancanze. Quello che non gusto, le contrarietà, le attribuisco a Dio invece di considerare il perché mi capitano. Perdo così un alleato importante, decisivo.
Vedo il volto di Dio chiuso e non vedo il volto di Dio pronto alla misericordia: sono pieno di me, sempre interessato a catturare quanto mi giustifica, ad accogliere le gratificazioni.
Pronto a condannare ciò che manca negli altri e negare un complimento. Il gustare individuale è misero. Se lo racconto dal palco del mio protagonismo, annoio e infastidisco.
Una via d’uscita l’ho trovata. Mi pare importante proporla. 
Sta in una semplice domanda: chi sono io?
C’è il silenzio nel leggere la mia storia.
E c’è un gusto nuovo e grande nel considerare una compagnia che ho bisogno di imparare a vedere.

don Piergiorgio

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