Non è immediato

Di fronte al termine, molto frequente nell’ambito ecclesiastico, “nuova evangelizzazione”, ho incontrato approcci diversi.
Papa Francesco sta offrendo una chiara testimonianza di come presentare Gesù e la sua fede è decisiva. Non esita a prendere le distanze da un’azione solo sociale. Determinante è quel Gesù incontrato nella Parola e nei Sacramenti.
La meditazione sulla Parola di Dio non lo porta a soliloqui spiritualistici. Costante è lo stile narrativo, l’uso di immagini e di espressioni del parlare quotidiano. Anche l’attenzione alla cronaca diventa per lui motivo di intervento, che conduce alla preghiera o alla presenza, come a Lampedusa.
Pregare, per lui, è sì dire delle preghiere, ma soprattutto è stare ad adorare il Signore, perché è il suo volere da praticare e non il nostro.
Questa predicazione semplice, immediata, narrativa interessa e fa accorrere non solo folle alle catechesi del mercoledì, ma trova numerosi ascoltatori in televisione o alla radio.
Le folle seguivano Gesù, lo ascoltavano per concludere: “nessuno ha mai parlato come quest’uomo”.
La vita delle persone, con gioie e dolori, ansie e attese, propositi e fallimenti è il centro a cui riferirsi, per uscire da un argomentare che passi sopra le teste.
Papa Francesco, come Gesù, si mette a contatto con i contemporanei, avendo ben presente che i tempi cambiano. La nuova evangelizzazione non è questione di ricette o di soluzioni buone per tutti. La telefonata, la sosta, il gesto, la parola, il bacio, lo scritto rientrano come segni di una presenza che non può restare asettica, astratta o generica.
Tipicamente evangelico e non questione di buone maniere, è il suggerire, per la vita familiare, tre parole: “permesso, scusa, grazie”.
Attuarle non è immediato. Tutti vorremmo che gli altri, familiari o meno, si rivolgessero così a noi.
E’ evangelico riconoscersi peccatori. Papa Francesco ha sorpreso molti dichiarando: io sono peccatore, quindi bisognoso di misericordia.
La ottengo da Dio proprio perché non compio l’esame di coscienza sugli altri, né da loro pretendo attenzioni. Riconosco invece che il mio io, con le sue pretese e invadenze, necessita del permesso. Non è semplice chiedere scusa né ringraziare.
Proprio queste difficoltà pongono in evidenza che è possibile operare in questo modo a condizione che l’amore di Dio, la sua grazia, sia nel nostro cuore. San Paolo ci invita a fare tutto nel nome di Gesù. Questo significa vivere come ha vissuto Lui. In questo modo riusciremo a rendere ragione della speranza che ci anima.
Mi accorgo che un numero sempre maggiore di persone, in modi diversi, si orienta così e se ne vedono i buoni frutti.
Aiutiamoci a vicenda. Questa sia la nostra gioia.

don Piergiorgio

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