Relazionarsi è vitale

Se riesco, e gli appuntamenti non mi opprimono, amo passeggiare per la città. Ho sempre una meta. Le chiese chiedono attenzione, una preghiera, una disponibilità.
Un uomo, al di là di un cancello, mi intravede lontano. Non sa se attendermi per un consueto saluto o prestare attenzione al figlio che gli volta le spalle. Non oso disturbare con un buongiorno. Un tentativo di prossimità non riscuote successo. Passo oltre. Avrei potuto salutare, ora è tardi. Si saranno parlati? Oppure lo stacco generazionale avrà avuto il sopravvento. Mi fa paura considerare un silenzio troppo esteso tra le mura familiari. Mi sono chiesto, mentre proseguivo il cammino, chi per primo riuscirà a rompere il silenzio, trovando la parola, l’approccio giusto. Seguirà riconciliazione o rifiuto?
Sto accorgendomi che ad innalzare un muro di incomprensione basta poco. Una parola, un gesto, una dimenticanza, uno scatto, un grazie mancato, un tutto dovuto e si chiude il sipario.
Non è questione di prendere l’iniziativa. Comprendo l’importanza di decidere per un incontro, magari tanto atteso.
Se inizio a lasciare spazio a tutte le ipotesi non concludo niente.
Passo davanti ad una casa. La badante sbatte il tappeto. Ricordo che lì c’è una persona anziana. Chiedo se posso entrare. Sono desiderato.
Non avviso mai quando vado da ammalati per la Pasqua o il Natale. So che mi attendono. E’ difficile quando c’è una situazione nuova. Ormai ho capito che devo farmi precedere da un’invocazione al Signore. Poi suono il campanello e trovo un’attesa che non sarebbe forse mai sfociata in una richiesta.
Relazionarsi non è immediato. E però è vitale.
Un papà vigila sui primi passi della sua bimba. Mi fermo a guardarli, lui si accorge, si accoscia vicino alla piccola. Sorridendo mi indica. Spontaneo affiora sulle mie labbra un versetto del profeta Isaia: “Come un padre insegna al figlio a camminare, così io, tuo Dio, ho insegnato a te, o popolo mio”.
Per me è un’icona bellissima. Per lui è stato un invito a valorizzare la paternità.
Porto con me l’Eucaristia mentre torno a casa. So che c’è una persona inferma che senza dubbio desidera Gesù.
Salgo le scale ed è un incontro di festa. Vorrei tanto portare sempre con me il Signore per offrirlo con parole, gesti evangelici, superando fretta, senso dello scontato, pregiudizi.
Un anno nuovo si è aperto, lo desidero migliore per le relazioni.

don Piergiorgio

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